| ALBERTO ASTOLFI |
| La critica |
da "Il Resto del Carlino" dell'8 Giugno 2005 La nuova personale con cui, proprio in questi giorni alla Tavernetta di Palazzo Roncale, torna a presentarsi alla città, dopo un lungo silenzio, il pittore rodigino Alberto Astolfi, si contrassegna per una sorta di unità «tonale», ma anche per una viva attenzione alla ricerca, che non è mai sperimentalismo fine a se stesso.Se, da un lato, l'eredità surrealista, sia pure in chiave personalissima, manifesta ancora qualche suggestione, dall'altro le problematiche e le metafore che caratterizzano l'ispirazione dell'artista sembrano giungere ad una maturazione, che coinvolge la stessa pittura. Avevamo detto, in altra occasione, che i quadri di Astolfi raccontano la storia della forma, del suo consistere e della sua difficoltà a durare e preservarsi, così come la tensione verso un'armonia dell'essere e una bellezza ormai perdute. Ecco, ci pare che ora quella forma sempre in precario equilibrio e quella tensione lascino posto anche ad una riflessione e ad una speranza, che fanno presagire una ricomposizione delle lacerazioni. Lo si rileva soprattutto nella compatezza dei colori, in una pennellata morbida e sicura, ma anche in una volumetria densa che incede volentieri alle ombre e ai riflessi. Volti e corpi di donna hanno la stessa fissità delle immagini del sogno, il senso stesso di un destino che si legge nell'intersecarsi dei piani e delle forme. Ed è forse il destino della pittura dello stesso Astolfi, che si apre a nuove istanze e ad una speranza di redenzione. Sergio Garbato | da "Il Gazzettino" del 5 Giugno 2005 C'è ancora un briciolo di umanità nel mondo moderno. Basta vedere al di là dei gusci lucidi e perfetti che ammantano le cose di quella patina di perfezione che spesso rende tutto così scontato e privo di emozione.Questa insolita realtà è racchiusa nelle opere di Alberto Astolfi, pittore arquatese con la propria personale alla Tavernetta di palazzo Roncale, "Il mio mondo surreale", fino a mercoledì prossimo tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 21. Non sono le parole ma i colori, le forme, le sfumature a parlare. Tutto è immutabile dentro l'anima dell'uomo. È soltanto una "Costrizione immaginaria" quella che lega alla futilità delle cose, da cui l'essere umano si lascia sedurre. Così, nell'opera omonima, il cuore trafitto da una lama appuntita dimostra come le mani siano ancora libere, e le labbra semiaperte abbiano la libertà di esprimere il proprio pensiero, senza alcune catena virtuale. L'uomo si adegua perché è il pensiero che lo rende schiavo delle apparenze. Astolfi dipinge una natura che ama, contrapponendola alla realtà metropolitana, industriale, cementificazioni preponderanti ovunque. Ecco che "La farfalla" è posata ai margini di un groviglio tubolare che sembra rievocare i nodi viari delle grandi città visti dall'alto, o gli ingorghi del traffico in cui soccombere inevitabilmente, desiderosi di volar via. I vecchi detti popolari riemergono da un'arte surrealista che mai si sgancia dalla realtà. Per Astolfi è impossibile chiudere gli occhi di fronte alla quotidianità. Non esiste un mondo perfetto. Dalla "Sostituzione del verde" con il cemento, all'"Agglomerato invivibile", fino ai fatti di cronaca con "Le torri gemelle", trasformate in due matite appuntite rivolte al cielo, lenzuolo azzurro su cui tentano, forse, di scrivere il proprio messaggio di pace. Ma lo salva, ci salva, quella "Natura non morta", due mele da cui rinasce tutta una vita e con lei, accanto, la "Libertà del sogno": un volto che sbuca dalla sabbia, attorniato dal deserto, da nuvoloni scuri e minacciosi in alto, trafitto nella parola e nel pensiero da appuntite lance, ma capace, a occhi chiusi, di sopravvivere per sempre. Elisabetta Zanchetta |
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